Pistacchio di Bronte

Profumi d'oriente e musica incantata, il pistacchio di Bronte e una storia antica

31/03/11 12:30



Se vi dicono Sicilia, qual'è la prima cosa che pensate? Dominazione araba e bizantina.
Questo è quello che penso io, e ogni volta il pensiero mi rimanda indietro nel tempo a fantasticare su incursioni straniere in terra sicula quando ancora lottare e combattere per il proprio dominio e la propria supremazia aveva un senso..quando si lasciava un'impronta culturale e artistica, si combatteva per dei valori veri, per quanto di più caro ci potesse essere al mondo.
Forse è stato allora che il mondo ha smesso di portare avanti un ideale per amore, già, perché credo che altro  non potesse essere.
Cosa muove una civiltà alla ricerca di qualcosa che non possiede o che molto semplicemente ha il desiderio di apprendere e condividere? L'amore per le proprie origini, la lotta senza intercessioni per la sopravvivenza e l'affermazione culturale ed etica nel mondo, una piena coscienza di se stessi e delle proprie possibilità per le quali ad ogni costo e ad ogni modo sei pronto a cambiare il corso del destino dell'umanità..
Che belle lezioni ci hanno dato quei popoli, di etica profonda, non di guerra..sebbene le guerre ci siano state  e pure non indifferenti lotte quel che mi meraviglia sempre è il motore , la forza d'animo che spinse ad espandersi, ad aprire nuove vie, nuove etnie, nuove lingue, nuove religioni, nuovi cibi..
Quelle persone hanno fatto sì che il mondo diventasse come noi oggi lo conosciamo e a chi sa leggere oltre le righe hanno dato dimostrazione di come le scelte di un'individuo ma anche di tutto un popolo possano essere capaci con la loro forza di parlarci ancora con opere d'arte che ti fanno spalancare gli occhi, con libri e racconti che ricordano gesta valorose di uomini impavidi, con profumi di spezie e sapori che ci parlano di tradizioni culinarie millenarie con musiche e suoni magici....quando tutto questo ha cessato d'esistere e il suo posto è stato soppiantato dall'odio, la guerra ha cominciato ad essere il veicolo del denaro, che ha cominciato ad arricchire le tasche e abbandonato la mente, la sua ragione, e i suoi sensi.
Essendo, come dico sempre, doppiamente isolana sento mia anche la terra di Sicilia e insieme a lei tutta la sua storia insieme a quella più triste che oggi si porta dietro.
Superata questa breve parentesi di sfogo vi parlerò del pistacchio di Bronte, che molto gentilmente i miei suoceri mi hanno recapitato da vacanza recente.

Il pistacchio (dal greco Pistàkion) è una pianta originaria del bacino Mediterraneo (Persia, Turchia), coltivata per i semi, utilizzati per il consumo diretto, in pasticceria e per aromatizzare gli insaccati di carne.
Non è esagerato dire che è una pianta vecchia tanto quanto il mondo.
Era noto e coltivato, infatti, dagli antichi ebrei e già allora ritenuto un frutto prezioso.
Per curiosità cronologica riscontriamo per la prima volta la parola “pistacchio” nell’Antico Testamento, successivamente nella Genesi, (origine-nascita del mondo) capitoli 42/43 versetto 11.
Qui a proposito dell’episodio ben noto di Giacobbe, il quale manda i propri figli dalla terra di Canan in Egitto per fare incetta di grano, troviamo la frase di seguito riportata: 

“Ecco ho sentito dire che vi è il grano in Egitto. Andate laggiù e comprate per noi … Portate in dono a quell’uomo i prodotti scelti del paese: Balsamo, miele, resine, laudano, mandorle e pistacchi”.
Assieme ad altre piante allora molto apprezzate, il pistacchio è riportato nell’obelisco, monumento celebrativo, fatto innalzare da Assurbanipal I° (re dell’Assiria, attorno al 668-626 a.C.), nella città di Kolach.
Ma era già noto alle popolazioni orientali: Babilonesi, Assiri, Giordani, Greci sin dal III secolo a. C. come pianta dai principi curativi, potente afrodisiaco e come antidoto contro i morsi degli animali velenosi, chiamato secondo alcuni “fostak” o “fostok” e derivante secondo altri dal persiano “fistij”.
Plinio il Vecchio, autore dell’Historia Naturalis, cap. X-XIII, datato attorno al 77 d.C., morto nel 79° seguito della famosa eruzione che distrusse la città di Pompei, Ercolano e Stabia, ci parla di Lucio Vitellio (Pretore o Governatore romano in Siria) il quale attorno al 20-30 dopo Cristo introdusse in Spagna e Italia, a seguito le conquiste romane, la pianta.
Sempre in quel periodo le coltivazioni si diffusero in Liguria, Puglia, Campania e Sicilia. Nelle regioni italiche, non trovando la pianta condizioni climatiche favorevoli, ben presto inselvatichì passando da fruttifera a legna usata per usi domestici. Ancora i Romani chiamarono “frastuchera locus” lo spazio, il luogo o posto dove si produceva il pistacchio.
A questo punto bisognerà fare un salto di circa otto secoli ed arrivare, attorno al 900 dopo Cristo, alla presenza araba nell’isola. Questi, gli Arabi, erano sbarcati in Sicilia e più precisamente a Marsala (letteralmente porto d’Alì) nell’827 e divenuti padroni dell’intera isola attorno al 902, in quegli anni ne iniziarono la coltivazione “inestando li salvatichi cò la coltivazione diventano domestichi”, per via di marze".
Di questi ultimi, ancor oggi, nella parlata dialettale conserviamo i termini “frastuca e frastucara” che stanno ad indicare rispettivamente il frutto e la pianta. Termini corrotti derivanti dall’arabo “fristach” e “frastuch”. Nat uralmente trattasi di traslitterazione dal momento che il suono della “p” mancando in lingua araba viene reso con la “f” o la “b”. Nel dialetto brontese dei nostri nonni il termine “frastucata” indicava un dolce a base di pistacchio e “frastuchino” il colore verde pistacchio.
Furono gli Arabi, dunque, strappando la Sicilia ai Bizantini, ad incrementare ed a attrezzarsi nella coltivazione del pistacchio che nell'Isola, particolarmente alle pendici dell'Etna, trovò l’habitat naturale per uno sviluppo rigoglioso e peculiare.


Nelle sciare del territorio di Bronte si realizzò uno straordinario connubio tra la pianta ed il terreno lavico che, concimato continuamente dalle ceneri vulcaniche, favorì la produzione di un frutto che dal punto di vista del gusto e dell’aroma, supera come qualità la restante produzione mondiale.
Qui, in un terreno sciaroso e impervio (i "lochi", così sono chiamati ancora i pistacchieti), il contadino brontese ha bonificato e trasformato le colate laviche dell’Etna in un insolito Eden, realizzando il prodigio di una pianta nata dalla roccia per produrre piccoli, saporiti frutti della più pregiata qualità, di un bel colore verde smeraldo, ricercati ed usati in pasticceria e gastronomia per le loro elevate proprietà organolettiche.
Oggi, del vasto territorio brontese (25.000 ettari), sono coltivati a pistacchieti quasi 4.000 ettari di terreno lavico, con limitatissimo strato arabile e con pendenze scoscese ed accidentate, poco sfruttabile per altre colture bizantine.



Il pistacchio verde di Bronte potrebbe a buon titolo ricoprire la carica di emblema della città: la sua longevità e resistenza, la sua forza di voler sopravvivere a tutte le avversità, addirittura a fruttificare malgrado sia abbarbicato su aride rocce laviche, rispecchiano alla lunga molte caratteristiche del popolo brontese.
Un popolo che non teme il lavoro e la fatica, che ha sempre lottato per portare a casa il necessario.
Dominato e sottomesso per secoli da vassallaggi fuori tempo ed avversità storiche incredibili contro i quali ha sempre lottato tenacemente.
Un popolo che sul pistacchio ha costruito ricchezza, cultura e le proprie tradizioni ma anche l'abitudine del rispetto e della salvaguardia  per il territorio nel quale vive.
I frutti del pistacchio di Bronte [l'oro verde], riuniti in grappoli, sono costituiti da drupe allungate, leggermente compresse delle dimensioni di un'oliva, di un colore che, nelle fasi dell'allegagione è di colore rosso e a maturazione varia dal verde-rossastro al bianco-roseo e al giallo-crema.
Ha un mallo sottile, che si sgretola facilmente, l'endocarpo allungato ed un seme unico, aromatico, di colore verde chiaro che - unico - mantiene fino a maturazione, (i produttori lo definiscono "rosso rubino fuori, verde smeraldo dentro").
Estremamente gradevole il sapore del frutto allo stato fresco.


Il pistacchio brontese presenta caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono rispetto al pistacchio coltivato in altre aree siciliane (Caltanissetta o Agrigento) o estere (Medio Oriente, Grecia o California e Argentina).
Rappresenta un frutto di alto pregio, molto apprezzato e richiesto nei mercati europei e giapponesi per le dimensioni e l'intensa caratteristica colorazione verde.
Il Pistacchio verde di Bronte è una pianta ricca non solo di sostanze ad alto valore nutritivo, ma anche di numerosi principi attivi utilizzati in campo medico.
L'attività antiradicalica delle sue sostanze è sfruttata in molte patologie quali le malattie cardiovascolari, l'arteriosclerosi, alcuni tipi di demenza inclusa la malattia di Alzheimer e per migliorare la qualità della vita durante l'invecchiamento e in corso di malattie croniche.
Ricco di proteine e di grassi, il seme di pistacchio, fra la frutta secca, garantisce il maggior apporto calorico: per ogni 100 grammi 683 calorie, a fronte delle 649 della noce, le 603 della mandorla, le 598 dell'arachide o le 655 della nocciola.
Contiene mediamente più del 20% di proteine, il 50/60% di olio (ad altissimo contenuto in acidi oleici: 68% di oleico, 17/19% di linoleico, 12% di palmitico), poi zuccheri, in particolare glucosio, vitamine, in particolare il precursore della vitamina E, e sali minerali.
E' particolarmente ricco di ferro (100 gr. ne contengono 7,3 mg come mezzo chilo di manzo!), calcio, fosforo, potassio e di zinco, fondamentale per la fertilità maschile. Buono anche l'apporto di magnesio che contribuisce al buonumore.

Fonte notizie sul pistacchio di Bronte : BronteInsieme.it


"The Gates of Istanbul"
Loreena McKennitt




Può piacervi anche

13 commenti

  1. eheheheheheh...hai visto cosa ci ho fatto io con il pistacchio di Bronte???? Colore inconfondibile..e per fortuna mi bastano pochissimi km per trovarlo dal mio rifornitore di fiducia!!!! Bellissimo post, ciao Flavia

    RispondiElimina
  2. molto, ma molto interessante. la cucina ebraica è infatti ricchissima di pistacchio, dai dolci ai salati. brava!!
    stupende foto, ma questo già lo sai.
    baciotti

    RispondiElimina
  3. Toccante pensiero iniziale. Le terre arabe furono la culla del nostro sapere. Ora quei luoghi sono dominati dall'odio. Speriamo che si calmino tutti.
    Davvero interessante la storia del pistacchio. Complimenti per la ricerca doviziosa. Un bacio

    RispondiElimina
  4. Tu mi parli di me... anche se calabrese...abitando sullo stretto mi sento molto sicula...e la mia tradizione è legatissima a doppio filo con arabi e francesi...quindi mandorle, uva sultanina, pinoli e...pistacchi....Io li adoro!

    RispondiElimina
  5. Grazie per il bel post, molto interessante!
    Il pistacchio di bronte e' unico.... davvero favoloso!
    Bellissime anche le foto!
    A presto
    PAola

    RispondiElimina
  6. Ke buoni i pistacchi! certo è vero dobbiamo molto agli arabi.. quanto sono belle le uova in cocotte! un abbraccio!

    RispondiElimina
  7. Grazie... davvero interessane questo post e pineo d'amore per la tua terra....
    baci

    RispondiElimina
  8. ciao, sono capitata qui, ho sbirciato un po' e ho deciso di continuare a seguirti.
    Vieni a trovarmi quando vuoi.
    A presto

    RispondiElimina
  9. Da me c'è un pacchetto per te bacio

    RispondiElimina
  10. la sicilia è un aterra incantata da sempre nel mio cuore e ora che ci manco da qualche anno ne sento sempre più la nostalgia...
    i pistacchi di bronte una meravilgia del palata, fra le tante che si trovano in una terra meravigliosa!

    RispondiElimina
  11. Ci sn dei premi x te:
    http://www.vickyart.it/arte-in-cucina/2011/04/02/la-primavera-e-i-premi/

    ciauuuu!

    RispondiElimina
  12. che post meraviglioso. Complimenti

    Elisa

    RispondiElimina